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  • Immagine del redattoreEdoardo Rosati

Cinque consigli a un medico

Aggiornamento: 2 feb 2022

Prendetevi una pausa lettura.


Sì, dico a voi e ai camici bianchi che avranno avuto modo di intercettare questo blog.

Perché tra voi, cioè tutti noi, e il medico "di famiglia" esiste un dialogo.

Non viene insegnato sugli scranni delle università. E vero è anche che nemmeno da parte nostra, ammettiamolo, c'è tutta questa gran voglia di alimentarlo a dovere.

Ci si sente inadeguati nel confronto e durante la visita rinunciamo a porre le domande che vorremmo. Ce le teniamo "in canna". Perché se in una celebre pubblicità del Carosello si diceva «Basta la parola!», a noi... «Basta la ricetta!».


Così, però, sfuma ogni volta l'occasione di costruire una solare cultura della Salute. Edificata sulla conoscenza pacata delle cose che riguardano la manutenzione del Benessere personale.

Atul Gawande ne è perfettamente consapevole.

Medico e scrittore statunitense, ha pubblicato uno straordinario libro, Con cura (Einaudi), che, come recita il sottotitolo, è il Diario di un medico deciso a fare meglio. Migliorando l'empatia con i pazienti ed evitando gli errori in corsia. E in che modo? Per esempio con queste cinque essenziali dritte di vita, professionale e non. Da stampare e conservare.


Il primo consiglio: «Fate una domanda fuori copione».

Il nostro lavoro è anche parlare con persone sconosciute. Perché non imparare qualcosa su di loro? Detto così sembra piuttosto facile. Poi arriva un nuovo paziente. Ne hai altri tre da visitare, devi ancora compilare due cartelle cliniche, e si sta facendo tardi. In quel momento la sola cosa che desideri è procedere con quello che hai davanti. Dov’è il dolore, il nodulo, o quello che è? Da quanto tempo lo sente? Ha notato se c’è qualcosa che la fa star meglio, o peggio? Di quali malattie ha sofferto in passato? Interventi chirurgici? La solita procedura.

Ma provate, a un certo punto, a prendervi un momento con quel paziente. Fategli una domanda fuori copione. «Dov’è cresciuto?» o «Come mai si è trasferito a Boston?» o «Ha visto la partita dei Red Sox, ieri sera?». Non c’è bisogno che sia una domanda seria o importante, è solo un modo per stabilire un contatto umano.

Ad alcuni pazienti questo tipo di contatto non interessa, vogliono essere visitati e basta. In tal caso procedete, fate il vostro lavoro. Tuttavia, vi accorgerete che molti rispondono, perché sono persone educate, o cordiali, o forse perché hanno bisogno di un rapporto umano. Quando succede, provate a prolungare la conversazione per più di due battute. Ascoltate. Prendete nota di ciò che vi viene detto. Davanti a voi non c’è un uomo di 46 anni con un’ernia inguinale destra. C’è un ex necroforo di 46 anni che odiava le pompe funebri, e che ha un’ernia inguinale destra.


Il secondo consiglio: «Non lamentatevi».

Sappiamo benissimo che i medici hanno un sacco di cose di cui lagnarsi: cartelle cliniche da compilare all’alba, scartoffie inutili, blocchi del sistema informatico, imprevisti che sorgono regolarmente alle sei di pomeriggio del venerdì. Sappiamo tutti che cosa significa essere stanchi e abbattuti, ma non c’è niente di più deprimente delle lamentele dei medici. Dovunque si riuniscano dei medici (congressi, sale conferenze, caffetterie di ospedali), la tendenza spontanea è quella di abbandonarsi a una litania di lamentazioni. Cercate di evitarlo. È noioso, non risolve nulla, e vi scoraggia.

Non c’è bisogno che siate sempre di ottimo umore. Solo, preparate qualcos’altro da discutere, un’idea di cui avete letto, un problema interessante che vi è capitato tra le mani. Perfino il tempo, se proprio non vi viene in mente altro. Sforzatevi di alimentare la conversazione. La medicina è una professione faticosa, non tanto perché è difficile curare le malattie, quanto perché è difficile lavorare con altri esseri umani in circostanze solo parzialmente in nostro controllo. Il nostro è uno sport di squadra, ma con due differenze sostanziali rispetto agli sport muniti di tabellone segnapunti: la posta in gioco sono vite umane, e non abbiamo allenatori. Cosa non secondaria, questa. Si presume, infatti, che i medici si allenino da soli. Dobbiamo fare appello a noi stessi, quando siamo in gioco, trovare il coraggio dentro di noi.


Il terzo consiglio: «Trovate qualcosa da contare».

A prescindere da ciò che effettivamente si fa, in medicina, ma a dire il vero anche fuori dalla medicina, in questo mondo bisognerebbe avere un atteggiamento scientifico. Come minimo, bisogna trovare qualcosa da contare. Il ricercatore di laboratorio può contare il numero di cellule tumorali su una piastra di Petri che hanno uno specifico difetto genetico. Allo stesso modo, il medico potrebbe contare il numero di pazienti che sviluppano una particolare complicazione dopo un certo trattamento, o anche solo quanti vengono visitati puntualmente e quanti fatti aspettare. Non ha molta importanza cosa contate. Non serve una borsa di ricerca. L’unico requisito è che quello che contate deve interessarvi.

Durante l’internato, mi misi a contare con quale frequenza ai ricoverati in chirurgia restava dentro un bisturi o una spugna. Non succedeva spesso, uno ogni 15.000 interventi. Ma quando accadeva, le conseguenze potevano essere gravi. A un paziente fu lasciato dentro un dilatatore che gli squarciò l’intestino e la vescica. A un altro fu lasciata nel cervello una spugnetta che provocò un ascesso e disordini epilettici permanenti. Poi contai quante volte tali errori erano dovuti a una dimenticanza degli infermieri, che non avevano tenuto con precisione il conto delle spugne, e quante volte al fatto che i medici avevano ignorato gli ammonimenti degli infermieri su un pezzo mancante. Entrambi casi rarissimi. Allora divenni un po’ più sofisticato e mi misi a confrontare i pazienti dentro i quali veniva dimenticato qualcosa con quelli a cui non succedeva. Scoprii che gli incidenti avvenivano soprattutto durante le operazioni d’urgenza, quando si trovava qualcosa d’imprevisto (per esempio un tumore, mentre il chirurgo si aspettava solo un’appendicite).

I numeri cominciarono ad assumere un senso. Se durante un intervento gli infermieri devono tener d’occhio 50 spugne e circa duecento strumenti – che già non è uno scherzo – le cose comprensibilmente si complicano in situazioni di emergenza o quando un imprevisto richiede un surplus di equipaggiamento.

La prassi consueta, quella di punire chi commetteva un errore, non eliminava il problema. Ci voleva una soluzione tecnologica. Così, presto mi ritrovai a lavorare con alcuni colleghi per inventare uno strumento che potesse automatizzare l’inventario di spugne e strumenti.

Se contate qualcosa che suscita il vostro interesse, scoprirete senz’altro qualcosa di interessante.


Il quarto consiglio: «Scrivete qualcosa».

Non vuole essere un suggerimento intimidatorio. Non fa differenza se scrivete cinque paragrafi per un blog, un articolo per una rivista di settore o una poesia per un gruppo di lettura. Ma scrivete. Non c’è bisogno che scriviate qualcosa di perfetto. Serve solo per aggiungere qualche piccola osservazione sul vostro mondo. Prima di diventare un medico non scrivevo, ma a quel punto ho scoperto che avevo bisogno di farlo. Nella sua complessità, la medicina è una fatica più fisica che intellettuale. E poiché è anche un’attività al dettaglio, dal momento che i medici prestano le loro cure a una persona per volta, può stritolarvi. Scrivendo, si può prendere la visione d’insieme dei propri obiettivi. Scrivere consente di tornare su un problema e di riflettere. E soprattutto, offrendo la vostra riflessione a un pubblico, anche a un piccolo uditorio, diventate parte di un mondo più vasto. Buttate giù qualche riflessione, anche solo in una newsletter, e comincerete subito a chiedervi nervosamente: se ne accorgerà qualcuno? Cosa ne penserà? Ho detto qualcosa di sciocco? Un pubblico è una comunità. La parola pubblicata è una dichiarazione di appartenenza a una certa comunità, e anche della propria volontà di dare un contributo.

Perciò scegliete un pubblico. E scrivete qualcosa.



Il quinto consiglio: «Cambiate».

Nell’ambiente medico, come ovunque, le persone reagiscono alle idee nuove sostanzialmente in tre modi. Ci sono gli «adottanti precoci» (per dirla col gergo degli uomini d’affari), gli «adottanti tardivi», e poi ci sono gli scettici, quelli che non smettono mai di opporre resistenza. Un medico può avere buone ragioni per scegliere ognuna di queste strade. Quando Jonas Salk sperimentò il suo nuovo vaccino su 400.000 bambini; quando per la prima volta il chirurgo di un’unità mobile sul campo di battaglia ha imbarcato su un aereo per Landsthul un soldato con l’emorragia bloccata ma il ventre aperto e l’operazione incompleta; quando Warren Warwick cominciò a inserire più tubi di alimentazione nei bambini affetti da fibrosi cistica, chi poteva sapere se fossero veramente delle buone idee? In medicina ce ne sono molte pessime. Ciò nonostante, siate comunque «adottanti precoci». Cercate ogni occasione di cambiamento.

Non voglio dire che dobbiate abbracciare ogni nuova tendenza che si affaccia sulla scena. Ma siate pronti a riconoscere l’inadeguatezza di ciò che fate e a cercare soluzioni nuove. Seppure costellata di successi, la medicina resta piena di incertezze e fallimenti. È ciò che la rende umana, a volte dolorosa, ma ne vale la pena. Le scelte di un medico sono necessariamente imperfette, ma cambiano la vita delle persone. Per questa ragione, a volte, sembra più prudente attenersi a prassi consolidate, a ciò che fanno tutti, limitarsi a essere una delle tante rotelle in camice bianco di una grossa macchina. Invece no, un medico non deve farlo, non dovrebbe farlo nessuno che si assuma rischi e responsabilità nella società.

Perciò trovate qualcosa da sperimentare, qualcosa da cambiare. Contate quante volte avete successo e quante no. E scrivetene. Chiedete alla gente cosa ne pensa. Sforzatevi di tenere viva la conversazione.




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