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Quelle strane sindromi che sembrano medical thriller

  • Immagine del redattore: Edoardo Rosati
    Edoardo Rosati
  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 2 giorni fa

Chi fa giornalismo medico-scientifico vive un curioso privilegio. Ogni giorno racconta una disciplina che, probabilmente più di ogni altra, continua a reinventarsi. Sequenziamenti di genomi, riprogrammazioni cellulari, sostituzioni di organi, innovative terapie, tecnologie chirurgiche sempre più sofisticate, scoperte che fino a pochi anni fa sarebbero sembrate pura fantascienza. Il magazzino delle conoscenze cresce a una velocità impressionante e la medicina continua a regalarci pagine entusiasmanti. Eppure, c’è un aspetto che mi affascina almeno quanto le grandi conquiste della ricerca.

Sono le sue zone d’ombra.

Perché, accanto alle certezze edificate con il metodo scientifico, esistono ancora territori che custodiscono qualcosa di enigmatico. Non “misteriosi” nel senso soprannaturale del termine, sia ben chiaro, ma nel significato più autentico e destabilizzante della parola: fenomeni rari, imprevedibili, talvolta quasi incredibili, che obbligano i camici bianchi a interrogarsi con umiltà.

Ed è forse proprio lì che nasce la narrativa.


Chi, come il sottoscritto, legge e metabolizza per mestiere articoli scientifici e si confronta con il pensiero e l’azione di tanti medici in prima linea, finisce inevitabilmente per accumulare storie. Alcune sono straordinarie. Altre inquietanti. E certe sembrano scaturite dalla penna di Edgar Allan Poe o di Michael Crichton, e invece arrivano dritte dritte da PubMed, il mega-archivio online di pubblicazioni scientifiche biomediche.


E allora mi perdonerete questa piccola incursione nell’autopromozione. Ma quando, in parallelo, si coltiva da anni un interesse culturale anche per il lato più insolito della medicina, prima o poi succede una cosa inevitabile: scaturisce un romanzo. O una raccolta di racconti ai confini dell’impossibile. È esattamente ciò che è accaduto con l’antologia Codice Nero (pubblicato da Delos Digital), un’incursione in territori clinici che sfidano la razionalità, tra mutamenti corporei e circostanze medicali che mettono in crisi il nostro stesso concetto di realtà.


Del resto, basterebbe immergersi nei case report pubblicati sulle riviste scientifiche internazionali per scoprire che la medicina serba un repertorio di storie weird che farebbe impallidire molta fiction dell’orrore.


Per esempio: se una persona affermasse con assoluta convinzione di essere… deceduta e chiedesse di venire accompagnata all’obitorio, difficilmente penseremmo a un caso clinico. Verrebbe spontaneo immaginare le pagine di un romanzo gotico o l’incipit di un film horror. E invece no. Succede davvero. La scienza medica conosce questa rarissima condizione con l’etichetta di sindrome di Cotard. È una delle manifestazioni più sconcertanti mai descritte dalla psichiatria. Chi ne è colpito può sviluppare un convincimento tanto assurdo quanto incrollabile: essere morto. Oppure di non esistere più. Alcuni pazienti sostengono che il loro cuore abbia smesso di battere, che gli organi interni si siano dissolti, che il torrente sanguigno non scorra più nelle vene o addirittura di aver perduto l’anima. La storia di questa sindrome comincia nel 1880, quando il neurologo francese Jules Cotard presentò a una conferenza il caso di una donna affetta da un singolare «delirio di negazione». La paziente era convinta di non possedere più cervello, nervi, torace, stomaco né intestino. Riteneva di essere condannata a una sorta di esistenza sospesa tra la vita e la morte e, proprio perché si considerava già defunta, pensava di non avere più bisogno di nutrirsi.


Da allora la letteratura scientifica ha collezionato numerosi fenomeni analoghi.

Nel 2008, sulle pagine della rivista Psychiatry (Edgmont), venne segnalato un episodio clamoroso: protagonista era una donna filippina di 53 anni, trasferitasi negli Stati Uniti soltanto poche settimane prima. Furono i familiari a chiedere l’intervento dei servizi di emergenza, sconvolti dalle affermazioni della donna: sosteneva di essere morta, diceva di percepire sul proprio corpo l’olezzo della carne in decomposizione e implorava di essere accompagnata all’obitorio, perché era convinta che quello fosse il suo posto, accanto alle altre salme!


Ma non c’è soltanto la “sindrome del cadavere che cammina”: c’è pure “la mano che non obbedisce più”. Manifestazione di un cervello che sembra tradire il corpo. O, meglio, in cui una porzione corporea pare emanciparsi dagli emisferi cerebrali e agire secondo una determinazione propria. È ciò che accade nella Alien Hand Syndrome, uno dei disturbi neurologici più sorprendenti mai descritti. Chi ne è colpito assiste incredulo a una manifestazione tanto inquietante quanto reale: una mano comincia a muoversi autonomamente, senza che il proprietario riesca a controllarla. Può sbottonare una camicia appena allacciata, afferrare oggetti contro la volontà della persona, aprire porte, compiere gesti privi di senso apparente e, nelle circostanze più severe, arrivare perfino ad aggredire il proprio stesso corpo.


Un caso divenuto celebre fu documentato dal Massachusetts General Hospital e pubblicato nel 1998 sul Journal of Neurology, Neurosurgery and Psychiatry. Una donna di ottantun anni raccontò ai medici un’esperienza ai limiti dell’incredibile: la sua mano sinistra si comportava come se appartenesse a qualcun altro. Non era più uno strumento al servizio dell’intenzione, ma un’entità estranea, imprevedibile. La paziente affrontava giorni di terrore, durante i quali la mano la colpiva al volto, al collo e giungeva persino a tentare di strangolarla.

Gli esami neurologici rivelarono che all’origine di quel comportamento vi era un infarto cerebrale che aveva compromesso le aree deputate all’integrazione dei movimenti volontari e delle informazioni sensitive. Per cercare di arginare quei moti incontrollabili, molti pazienti finiscono istintivamente per afferrare con la mano sana quella ribelle e “ostile”, quasi a immobilizzarla. È un gesto rimasto impresso nella memoria di generazioni di cinefili. Stanley Kubrick lo rese immortale ne Il dottor Stranamore, quando lo scienziato interpretato da Peter Sellers è costretto a lottare con la propria mano destra, apparentemente animata da una volontà indipendente. Da allora la Alien Hand Syndrome è nota anche come Strangelove Syndrome.


Ecco perché la medicina continua a sorprendermi. Già: la realtà clinica riesce a essere più perturbante di qualunque invenzione letteraria. Esistono persone che, dopo un ictus, si risvegliano parlando con quello che sembra un perfetto accento straniero. Altre vedono il proprio corpo deformarsi, proprio come accade ad Alice nel Paese delle Meraviglie. C’è chi produce etanolo direttamente nel proprio intestino, chi convive con un raro difetto metabolico che conferisce alla pelle un persistente odore di pesce e chi, durante la paralisi del sonno, percepisce presenze così realistiche da aver probabilmente alimentato, per secoli, racconti di demoni, streghe e fantasmi. Sono storie che sembrano uscite da un racconto di Borges, vicende degne dell’universo di Kafka, enigmi medicali che sfidano il senso comune e ci ricordano quanti misteri organici siano ancora sepolti nelle pieghe del nostro corpo. Eppure sono tutti casi documentati, descritti nella letteratura scientifica e osservati nella pratica clinica.


È proprio in questo territorio di confine ─ dove la scienza continua a interrogarsi senza smettere di cercare risposte e l’immaginazione trova continuamente nuova linfa ─ che è nato Codice Nero. Perché il miglior autore di medical thriller, in fondo, continua a essere la medicina stessa.



 
 
 

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