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  • Immagine del redattoreRiccardo Renzi

Le parole per (non) dirlo / 2

Mi sono schiarito un po’ le idee sul mio lavoro di giornalista medico-scientifico ─ che in parole povere significa divulgare temi che riguardano la salute ─ in seguito a un banale episodio, capitatomi anni fa in un luogo inaspettato: l’ufficio passaporti della Questura di Milano, dove ero entrato per chiedere un rinnovo.


Allora mi trovai in uno stanzone dove c’erano due lunghe file di persone dietro altrettanti sportelli, sui quali erano appesi dei cartelli, di quelli un po’ storti, scritti a mano. A distanza non si leggevano, così dovetti aggirare la fila, tra sguardi minacciosi, per capire dove mi dovevo accodare. Ricordo che mi venne anche in mente una vecchia barzelletta che parlava di anime in attesa davanti alle diverse porte dell’Inferno.


Scoprii che su uno sportello la scritta diceva «Consegna documenti» e sull’altro «Ritiro documenti». Io avevo in mano le carte bollate per richiedere il nuovo passaporto e così mi accodai senza esitazione alla fila che portava alla «Consegna documenti». Dopo una ventina di minuti mi accorsi di aver sbagliato. Il soggetto dei verbi “consegnare” e “ritirare”, razza di idiota presuntuoso, non ero io, ma la Questura, che al primo sportello benevolmente accoglieva (forse) la mia richiesta e ritirava il malloppo e al secondo generosamente elargiva il prezioso documento.


Già sapevo, ovviamente, che nel mio lavoro era importante, per farsi capire, mettersi nei panni di chi legge, ma fino a quel momento non avevo mai realizzato che non bastasse semplicemente cercare di rendere chiare delle informazioni complicate, ma che fosse talvolta necessario proprio un radicale cambio di soggetto. E che questo fosse necessario in ogni forma di divulgazione, ma soprattutto in quella medica, dove il lettore, quando legge, tende a sentirsi personalmente coinvolto.


Quell’esperienza mi offrì anche altre riflessioni, meno banali.


Allora maledissi la mia sbadataggine, ma mi incazzai anche per la stupidità di quei cartelli. E mi chiesi perché a nessuno fosse nemmeno venuto in mente che quelle indicazioni potessero essere ambigue.


Pensai che quell’atteggiamento fosse tipico della burocrazia, a cui apparteneva il funzionario che aveva confezionato quei cartelli. La burocrazia per sua natura è egocentrica: accoglie suppliche e richieste dei cittadini, come han fatto per secoli i ciambellani del re, ed elargisce viatici, permessi, benefici. Non deve spiegare perché: semplicemente così vuole il re, così vuole la legge. Non provate a chiedere, per esempio, perché in qualsiasi processo burocratico, sia anche il più banale, dovete sempre fornire una serie di dati (nome, cognome, indirizzo, data di nascita, stato civile, codice fiscale e forse anche il nome del vostro cane) quando, nella maggior parte dei casi, chi ve li chiede è già in possesso di tutte queste informazioni, e magari ha appena fotocopiato la vostra carta d’identità.

Non chiedete, non c’è risposta.

Non c’è spiegazione e, se c’è, non siete degni di sapere. Firmare qui, prego.


Questa antica vocazione a porsi come soggetto e a non spiegare comporta un’importante conseguenza: che spesso è difficile capire non solo quello che vuole da noi la burocrazia, ma anche semplicemente capire. E che quindi noi dovessimo evitare in ogni modo di scrivere, in questo senso, da burocrati.


Un’ulteriore riflessione mi suggerì che l’egocentrismo, nel senso di atteggiamento comunicativo autoreferenziale, non è appannaggio soltanto della burocrazia. Lo si ritrova anche nell’Accademia, dove il professore non soltanto usa un linguaggio settario (e la traduzione di questo linguaggio è naturalmente un altro compito importante della divulgazione), ma spesso non ha come unico obiettivo quello di spiegare: gli interessa “anche” mettere in luce il proprio ruolo, rafforzare una certa teoria sulla quale è in polemica con alcuni colleghi, portare acqua al mulino del proprio dipartimento o reparto.


E noi che per mestiere intervistiamo esperti, che spesso sono figli della tradizione burocratica (se sono ospedalieri) e accademica contemporaneamente, tocca decodificare quel messaggio.


Non sarei onesto se non citassi a questo punto anche l'egocentrismo della casta dei giornalisti, che devono dimostrare di essere bravi, più dei colleghi possibilmente, e che devono accontentare, sì, certo, il proprio pubblico, ma anche il proprio direttore e magari anche chi ha... offerto il buffet o il viaggio. Ma questo ci porta lontano e conferma soltanto che un’onesta divulgazione medico-scientifica può essere difficile.


Tutto ciò, comunque, mi è tornato in mente leggendo un po’ di tempo fa un articolo di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera. Nel suo intervento Galli della Loggia se la prende, come consueto, con l’inefficienza della scuola, che è causa tra l’altro di un dilagante analfabetismo. Non mi permetto di intervenire nel merito. Ma il problema è che il professore, per sostenere la sua tesi, porta a testimonianza la lettera di un impiegato delle Poste italiane, che è in realtà un ricercatore che non ha trovato posto all’università e che, giustamente un po’ frustrato, ha dovuto accontentarsi dell’ufficio postale. Nella sua lettera il giovane dichiara la sua sorpresa per la totale incapacità della gente a capire le indicazioni sui moduli, per l’enorme ignoranza del pubblico con cui entra in contatto, e scorge un vero e proprio analfabetismo nel non saper distinguere il «mittente» dal «destinatario» o il «debito» dal «credito». Come l’autore voleva dimostrare.


Mi sono allora ritrovato all’ufficio passaporti e devo dichiarare il mio disaccordo sul fatto che sia una questione di analfabetismo. Io mi sono incriccato molte volte nel compilare i moduli di una raccomandata, nel primo dei quali bisogna indicare se stessi come mittente per il destinatario della suddetta raccomandata e nel secondo, che è la ricevuta di ritorno, bisogna indicare come mittente il destinatario del primo e come destinatario noi stessi.

Alzi la mano chi non si è sbagliato almeno una volta.

Io sì, e giuro che non sono analfabeta, nemmeno di ritorno.


E chi non ha avuto perplessità qualche volta di fronte alle espressioni «a debito» o «a credito», nei moduli, negli estratti conto bancari, nei bilanci del condominio?

Qui il problema non è capire che cosa vuol dire «debito» e che cosa vuol dire «credito», penso che anche quelli che sanno solo le famose “500 parole” sappiano distinguere. Il dubbio riguarda il soggetto, come all’ufficio passaporti, del debito e del credito. Chi deve soldi a chi? Che fa una certa ansiogena differenza.


Probabilmente Galli della Loggia ha ragione a indicare lo sconquasso della scuola. Ma cerchiamo anche di capire che ci sono danni che derivano semplicemente da una cattiva comunicazione, sia burocratica, sia giornalistica.



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