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  • Immagine del redattoreEdoardo Rosati

Il Dottor Miracolo

Ogni caso clinico maneggiato dal dottor Patrick Theillier ha rischiato di scrivere un punto interrogativo sulla pelle della scienza. E della coscienza. Perché così è quando si gestisce non un reparto ospedaliero, ma un «laboratorio delle guarigioni». Quando s’indossano i panni del “doganiere” che opera lungo la linea di confine tra Ragione e Fede.


Patrick Theillier si laurea in Medicina e Chirurgia a Lille, in Francia, nel 1969; poi trascorre qui due lustri col camice bianco del medico generico, e un’altra quindicina di anni nelle vicinanze di Lourdes. Finché, nel 1998, risponde a un appello del vescovo Jacques Perrier, perché c’è un ruolo da ricoprire: responsabile del Bureau Médical del santuario francese, l’ufficio a cui vengono segnalate le guarigioni ritenute prodigiose.


Quando incontrai il dottor Theillier nel 2008 (per un servizio sul settimanale OGGI), si celebrava il secolo e mezzo dalle prime visioni mariane sperimentate dalla quattordicenne contadina Bernadette Soubirous. E Theillier, cattolico praticante, festeggiava allora il decennio di permanenza al timone della struttura (tenuto saldamente fino al 2010). Una realtà che sa offrire ospitalità a due inquilini esigenti. Assai difficili: medicina e miracoli.

Gli chiesi: «Che cos’è un miracolo, dottor Theillier?». Rispose: «Un fenomeno che deve rispondere a una minuziosa sequenza di criteri».

Tre passi fondamentali contrassegnano questo cammino. «Dapprima, è necessario che il Bureau riceva una dichiarazione volontaria da parte di chi ritiene d’aver beneficiato di una guarigione per intercessione di Nostra Signora di Lourdes». Una cinquantina di richieste del genere all’anno planava sulla scrivania del Dottor Miracolo.

«La seconda tappa è squisitamente medicale: bisognerà appurare se la guarigione in questione è reale, perciò si dovrà andare a interpellare tutti i medici curanti che in passato hanno formulato diagnosi e trattamenti. Di quei cinquanta casi, in genere solo una decina mi sembra meritevole di un’inchiesta più approfondita. Infatti, dobbiamo poter escludere che il passaggio dallo stato patologico dichiarato a uno di salute piena sia il frutto di qualche efficace terapia o un esito naturale nella storia della malattia».

Bisogna, insomma, giungere a dichiarare che, sì, quella guarigione è certa e non ha, sotto sotto, spiegazioni medicali, almeno alla luce di tutto il bagaglio delle conoscenze scientifiche odierne (ovvero: più che inspiegabile, è non spiegata allo stato attuale...).


In più di un secolo e mezzo, dal 1858 a oggi, il progresso della medicina ha reso più ostico il compito di allestire la documentazione relativa alle guarigioni prodigiose.

Ma per essere miracoloso, questo… ritorno al benessere quali caratteristiche deve vantare? Sono sette i punti obbligatori da soddisfare. Una griglia di severi criteri dettata già dal cardinale Prospero Lorenzo Lambertini, il futuro Papa Benedetto XIV, nel 1734, e che continua a conservare una sostanziale validità.


Primo: bisogna che la malattia sia ben nota e codificata; secondo: deve trattarsi di una patologia severa, grave nella sua prognosi, capace di mettere a repentaglio la vita; terzo: occorre che siano presenti lesioni organiche, “fisiche”, requisito, questo, che cassa tutte le condizioni legate a un disagio di natura psichica; quarto: nessuna terapia dev’essere stata impiegata nel frattempo, che possa aver contribuito in qualche modo alla guarigione; quinto (punto di cruciale importanza): bisogna che la guarigione avvenga all’improvviso, istantaneamente, hic et nunc, «qui e ora»; sesto: è necessario che il ristabilimento sia perfetto, e non “difettoso” o parziale, che nell’individuo si verifichi cioè un ritorno integrale alle condizioni di salute anteriori alla malattia e non un’attenuazione spontanea dei disturbi; settimo: la guarigione dev’essere durevole.


Dunque, dichiarazione volontaria, indagine medicale... e poi?

«Il dossier viene vagliato e giudicato da un Comitato medico internazionale, e infine trasmesso al vescovo della diocesi in cui risiede il malato. È il terzo e ultimo tempo del nostro iter, che può dunque abbracciare parecchi anni, perché tante sono le barriere da valicare».


Domandai: «Non trova che questi vissuti ci parlino più dei misteri del corpo che di quelli della fede?». Mi rispose che il mio interrogativo è il cuore pulsante dell’intera faccenda.

«Io penso che il rischio (e il limite) sia quello di considerare tali definitivi recuperi della salute come eventi esclusivamente corporei», mi disse. «C’è in realtà anche un vissuto spirituale, invisibile, che appartiene alla vita interiore... Ecco perché io dico che la guarigione miracolosa va ben oltre il risanamento medicale: la persona viene toccata in tutto il suo essere, nel fisico, nella mente e nello spirito».

Formulò la risposta pensando in special modo al belga Jean-Pierre Bély, colpito dalla sclerosi multipla, riconosciuto invalido al cento per cento e guarito nel 1987. Bély è il sessantaseiesimo miracolato dei 70 riconosciuti dal 1858 a oggi (il suo caso è stato autenticato il 9 febbraio 1999). Ebbene, Bély ricorda addirittura l’ora esatta in cui ha avvertito di essere guarito: alle 15 e 30 del 9 ottobre 1987. «Aveva infatti ricevuto l’unzione degli infermi e in quel preciso istante», mi raccontò Theillier, «si sentì invadere da un benessere supremo». Ogni cellula corporea, testimoniò il miracolato, venne pervasa da una forza buona, completamente nuova per lui. «La medicina deve confermare che s’è verificata una guarigione, e poi sta alla Chiesa affermare che c’è stata un’esperienza spirituale straordinaria. Questa è la strada: due differenti lenti d’ingrandimento che devono lavorare a braccetto. In un dialogo costante e serrato fra scienza e fede. Perché la medicina può e potrà sempre meglio spiegarmi i meccanismi biochimici che hanno luogo in un corpo che guarisce, ma ciò che resta ogni volta sorprendente è l’istantaneità (e la perfezione) di quella guarigione».


Eppure gli sviluppi turbinosi della scienza medica ci sorprendono ogni giorno e insegnano che il corpo umano è capace di manifestazioni stupefacenti... «Vero. Ma la mia esperienza a Lourdes mi dice che in questi casi le guarigioni difficilmente risultano durevoli. Ho un esempio molto chiaro in testa: quello di una paziente musulmana affetta dalla malattia di Crohn (una patologia infiammatoria cronica che colpisce il tratto intestinale, N.d.A.) sottoposta a mille terapie e mirabilmente guarita dopo essersi calata nelle acque delle piscine del santuario. Fu per lei un evento così spiritualmente travolgente, che la donna tre anni dopo decise di battezzarsi. Ma il padre, fervente musulmano, non tollerò mai quella scelta, finì per ammalarsi e morì. Risultato: la paziente è stata divorata dai sensi di colpa e la patologia è tornata a tormentarla, dopo la scomparsa del genitore. Ha così ripreso a ingurgitare farmaci, ma è riuscita a ridurre autonomamente il carico delle medicine da quando ─ così la donna mi ha confessato ─ s’è detta a un certo punto: “Io non sono responsabile della morte di mio padre!”. Il suo cammino interiore è stato impressionante. Lastricato di lacrime».


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